SPECIALE: GLI APPUNTI DI VIAGGIO DI DON BENVENUTO DAI LUOGHI DELL’ECCIDIO DEI TUTSI IN RUANDA

La cooperante Antonia Locatelli

Don Benvenuto Riva Kigali Ruanda 2019 5RUANDA – Ecco, in esclusiva, alcuni appunti di viaggio del parroco di Ballabio don Benvenuto Riva sui luoghi dell’eccidio dei Tutsi in Ruanda Il genocidio dei tutsi del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia dell’Africa del XX secolo. Secondo le stime di Human Rights Watch, dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete pangas e bastoni chiodati) almeno 500.000 persone; le stime sul numero delle vittime sono tuttavia cresciute fino a raggiungere cifre dell’ordine di circa 800.000 o 1.000.000 di persone. Il genocidio, ufficialmente, viene considerato concluso alla fine dell’Opération Turquoise, una missione umanitaria voluta e intrapresa dai francesi, sotto egida dell’ONU.

Scrive don Benvenuto: “Ieri sono andato in una cittadina chiamata Nyamata dove c’è una Chiesa teatro di un terribile massacro nell’aprile 1994. Diecimila persone, uomini donne e bambini massacrati in un solo giorno e con ogni mezzo. Non me la sento neppure di parlarne. Forse un altro giorno. Ma uscendo dal memoriale ho trovato questa foto di Antonia Locatelli, uccisa nel 1992. Come non pensare a Ballabio? Vedo che è nata a Bergamo, ma non si potrebbe indagare per vedere se ha parenti a Ballabio?

Interno del santuario di KibehoOggi invece sono stato a Kibeho dove è apparsa la Madonna negli anni ottanta. Dall’alto della collina di Kibeho, sud del Rwanda a una trentina di km dal Burundi. Interno del santuario di Kibeho dove ho concelebrato la messa stamattina in lingua kinerwanda. Invece la Madonna negli anni ottanta per apparire ad una ragazza di nome Nathalie ha scelto questa stanza di dormitorio per ragazze che frequentavano la scuola. Naturalmente dopo è stata un po’ risistemata. Mi sono fermato anch’io stamattina dopo la messa a ricordare tutti voi.

L’altro ieri siamo andati a Nyamata, a 35 km da Kigali. Amata vuol dire latte, il suffisso NY conferisce il significato di posto del latte, dove lo si trova buono e abbondante. Nella chiesa parrocchiale tantissimi si sono rifugiati il 10 aprile 1994 con la speranza di trovarvi salvezza e protezione mentre invece è stato il luogo di uno dei peggiori massacri del ‘94. Diecimila persone furono uccise barbaramente, e ci furono eccidi simili in Rwanda in quei mesi. Mi sono fermato in chiesa, ora trasformata in memoriale, e mi sono messo a pensare e pregare.

Stabat Mater Dolorosa – Iuxta Crucem Lacrimosa – Dum Pendebat Filius. O Madre dolorosa, tu eri qui quel 10 aprile 1994. Cosa hanno visto questi tuoi occhi? Veramente qui sono sul Calvario! E non è un errore adattare a questo posto l’antico inno della via crucis: Stabat Mater Dolorosa – Iuxta Nyamata Lacrimosa – Dum Moriebant Filii Et Filiae. Qui dove sono adesso, proprio qui tanto tanto sangue di diecimila tuoi figli e figlie è colato in abbondanza fino a formare un lago. Mi guardo in giro per fissare con attenzione e stampare nella mia mente alcune immagini che giustamente non si possono fotografare.

Là in fondo, a sinistra, una ventina di sacchi pieni di vestiti schiacciati dentro alla rinfusa. Poi vengono le panchine, fissate a terra con bulloni nel cemento. Per anni si sono seduti quelli che sono venuti a partecipare all’Eucaristia domenicale. Per anni hanno veduto alternarsi movimenti di persone che si sedevano, si inginocchiavano, si alzavano, danzavano e cantavano. Fino a quel giorno. Ora, da anni, tutto è fermo. Migliaia e migliaia di vestiti coprono queste panchine formando uno strato di una trentina di centimetri. Non sono stati lavati e stirati, sono come erano venticinque anni fa, quando coprivano i corpi colpiti e fatti a pezzi in quel giorno. Ci sono tutti: le tute blu di operai, camicie di uomini, vestiti da donna, una gonnellina rosa di una bambina di pochi mesi, pantaloncini verde chiaro di un bambino di circa un anno. Una giacca da uomo è stata sfilata dal cadavere con le catene con cui gli uccisori avevano legato la loro vittima. Un’altra giacca blu mostra con chiarezza il taglio netto del machete sulla spalla sinistra. Qui ogni vestito potrebbe raccontare la sua storia. Ma vedendo le chiazze di sangue di questi innocenti dico a me stesso: è il sangue di Cristo. Qui sono sul Calvario!

Interno del santuario di Kibeho 2Tutte queste persone si sono rifugiate qui pensando: “Avranno rispetto di un luogo sacro!”. Invece non l’hanno avuto. Non potevano stare qui dentro tutte e diecimila. Allora gli uomini hanno invitato le donne e i bambini a chiudersi in chiesa sotto il tuo sguardo materno, o Maria. Loro sono rimasti fuori, attorno alla chiesa. La porta fatta di solidissime sbarre di ferro è stata chiusa con catene e lucchetti ma la bomba ha creato uno squarcio che ha permesso agli assassini di entrare. Infinite schegge hanno forato i tetto e i segni sono ancora intatti da quel giorno.

Anche dal pavimento lo scoppio ha fatto saltare il cemento e ha fatto vedere i mattoni sottostanti. Hanno lanciato bombe e gas su quella folla inerme di donne e bambini. Poi sono entrati a finirli a mazzate e colpi di machete e mitra. Nessuno poteva sfuggire. Nessuno è sfuggito alla mattanza. Che cosa hanno visto questi tuoi occhi o Madre? Veramente sono qui sul Calvario! Come hai visto fluire il sangue del tuo figlio Gesù così hai visto scorrere il sangue di tutti questi innocenti, quel giorno!

Giro di poco, verso destra, i miei occhi e vedo l’altare: è pieno di ferraglia arrugginita ma vengo a sapere che nella furia omicida tutti i pezzi di ferro erano armi adatti a colpire. Un pezzo è un machete, un altro è una mazza, poi catene e altro. Ancora un po’ a destra c’è il tabernacolo sventrato, anch’esso pieno di pezzi di ferro arrugginiti. Ancora a destra vedo il Battistero, circolare, con la traccia di qualche dipinto. Ora è tutto scheggiato. Chissà quanti sono rinati in quest’acqua, ma il pensiero va a tutti a tutti coloro che proprio qui, quel giorno, hanno ricevuto il battesimo di sangue. Infine si arriva alla parte destra della chiesa, speculare alla parte sinistra: una decina di fila di panchine disposte a semicerchio, tutte coperte, come quelle di sinistra, da un alto strato di vestiti intrisi di polvere e di sangue.

Alle mie spalle, al centro della chiesa hanno scavato per 4 – 5 metri per preparare due vani illuminati dove riporre le ossa di quegli uomini, quelle donne e quei bambini, in un numero imprecisato di grandi bare di legno. Tra le due file di bare una grande vetrina ben illuminata dalla bianca luce al neon, espone ai nostri sguardi un grande numero di teschi. Molti hanno il segno del colpo secco del machete, del buco di una pallottola, della frattura causata da un ferro qualunque. Chissà se in qualche altro luogo al mondo la forza del male si è scatenata con la stessa assurdità, la stessa violenza, la stessa forza distruttrice che si è vista qui a Nyamata, quel giorno!”.

ACCOLTO A BALLABIO IL PARROCO DON BENVENUTO RIVA
Don Benvenuto Riva

 

 

 

 

Da wikipedia:

Antonia Locatelli
(Bergamo, 1938 – Nyamata, 10 marzo 1992) è stata una religiosa italiana missionaria in Ruanda nella congregazione svizzera delle suore ospedaliere di Santa Marta.

L’obelisco che commemora Antonia Locatelli nel Giardino dei Giusti di Varsavia

Viveva nella città di Nyamata, a sud di Kigali, quando nel marzo del 1992 fu sorpresa dai massacri perpetrati dagli estremisti hutu ai danni di tutsi. Suor Antonia diede l’allarme per telefono all’ambasciata belga e spiegò alla RFI e alla BBC ciò che avveniva sotto i suoi occhi. L’indomani fu assassinata da un commando proveniente da Kigali.

Le spoglie di Antonia Locatelli riposano nella chiesa di Nyamata.

 

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