DON BENVENUTO COMMENTA LE LETTURE DELL’8ª DOMENICA DOPO PENTECOSTE

“Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme”. Non sembrano parole buone eppure sono pronunciate dagli anziani d’Israele. Per tuttala vita Samuele ha guidato il popolo d’Israele sulla retta via come avevano fatto altri giudici prima di lui. Persone suscitate da Dio, guidate incoraggiate da Lui a salvare il suo popolo da molti pericoli e a proteggerlo. Come mai non hanno pensato che, quando Samuele sarebbe morto, Dio avrebbe suscitato un altro giudice? Sono andati avanti così per due secoli da quando Giosuè era morto. Che cosa è nato nella mente di quelle persone? Che cosa è successo?Prima di tutto è vacillata la fede nel Dio dei padri che avevano raccontato le vicende della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e il cammino nel deserto. Quindi il loro dubbio è stato: Dio ha compiuto grandi opere a favore dei nostri padri ma allora perché non le compie anche adesso per noi? Ma questa è una critica abbastanza normale che gli uomini rivolgono a Dio. È contenuta anche nei salmi, è stata rivolta anche a Gesù, e magari l’abbiamo detta anche noi qualche volta.

Ma accanto a questa mancanza di fede c’è stata anche una vera tentazione: “Saremo anche noi come tutti i popoli”. È una tentazione fortissima anche oggi! È la tentazione della forza, della potenza, del dominio sugli altri.Anche nel tempo antico c’erano popoli piccoli e disorganizzati e popoli più forti e potenti. I popoli piccoli sono facili prede dei potenti. A Israele non sono bastatele parole di amore e di alleanza che Dio ha rivolto a lui facendone il popolo prediletto in vista di una missione universale: quella di portare la sapienza e il diritto rivelato da Dio a beneficio di tutti i popoli.

Ha voluto essere “come gli altri popoli” e combattere grandi battaglie, essere famoso e rispettato, essere ben organizzato e autosufficiente. Oggi vediamo Dio descritto alla maniera umana: è come uno sposo che non si sente più amato dalla sua sposa perché ormai lei se la intende con un altro, e allora ha bisogno di sfogarsi un po’ con un amico di cui ha fiducia. Dio si sfoga con il suo amico Samuele, anche lui messo da parte dagli anziani: “Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro”. Dio si sente messo da parte perché non è più ritenuto all’altezza delle situazioni e delle necessità delle vicende storiche.A questo punto nasce una domanda: come sarebbe andata la storia umana se Israele fosse stato un popolo diverso dagli altri la cui unica caratteristica doveva essere l’affidamento all’amore di Dio che ha chiamato Mosè sul Sinai presentandosi come il Dio pieno di amore e di compassione, che non si adira ma che protegge e salva? La grande ricchezza di Israele, il segno di riconoscimento in mezzo a tutti i popoli doveva essere la Parola rivelata da Dio a Mosè. Loro l’hanno chiamata la TORAH, che vuol dire tante cose come luce, guida, sapienza ,parola di vita, salvezza, protezione, sigillo di amore, norma di comportamento.Ma noi che ci chiamiamo cristiani siamo coloro che credono che questa Parola e questa sapienza e questa luce si è fatta CARNE: è Gesù di Nazareth che è diventato uomo facendosi prima bambino nel seno di una donna: Maria. In tutte le nazioni del mondo ci sono discepoli di Gesù, rinati nel Battesimo come noi. Noi siamo l’esempio vivente di un popolo come lo desiderava Dio al tempo di Samuele: non siamo chiamati a formare un popolo come gli altri popoli, anzi il più forte di tutti. Pur essendo lontani fisicamente gli uni dagli altri diciamo tutti di credere in un solo Dio che è Padre di tutti noi, diciamo di credere in un solo Signore che è il nostro fratello Gesù, predichiamo l’amore per Dio e l’amore universale che unisce tutti. Questo è il segno che siamo un solo popolo.

Questo è il significato delle parole di Gesù quando dice: “Date a Dioquello che è di Dio!”. Che cosa si aspetta Dio da noi? Solo l’affetto, l’amore e la fiducia dei figli e naturalmente anche la concordia tra tutti i suoi figli perchésiamo fratelli. Nient’altro. E che cosa c’entra Cesare? Al tempo di Gesù, Cesare era la struttura imperiale di Roma. I cristiani, dovunque essi siano nel mondo,sono chiamati anche oggi a rispettare le autorità costituite nei loro territori,nelle nazioni grandi o piccole che siano, cercando sempre i grandi valori della pace, della giustizia , della verità, del dialogo. Valori che sono conosciuti in tutti i popoli. Israele è caduto nella tentazione di essere forte e potente come le grandi potenze di allora ma noi non accusiamo nessuno.

Anzi vigiliamo su noi stessi perché vacillare nella fede in Dio che ci ama eseguire la voce che ci invita a seguire la strada della forza, della potenza, della fama, del predominio sul altri è una cosa facilissima e comune non solo agli stati ma anche alle singole persone.

Don Benvenuto Riva
Parroco di Ballabio e Morterone

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