Tra qualche giorno, il 2 febbraio, leggeremo di nuovo questo brano di Vangelo per comprendere il significato del gesto compiuto da Giuseppe e da Maria, quello di presentare il bambino Gesù al tempio. Oggi l’abbiamo letto perché è la festa della famiglia e da questa giovane famiglia possiamo trovare una luce per le nostre famiglie.La famiglia di Gesù si è appena formata, sta compiendo i primi passi, e questo ci fa pensare spontaneamente alle giovani famiglie che sono tra noi, che hanno bambini piccoli, si presentano per chiedere il Battesimo e pensano al futuro dei figli facendosi molte domande e sentendo crescere anche il senso di responsabilità. Le domande che vengono spontanee sono: “Che ne sarà di questo bambino? Che futuro avrà? Che futuro riusciremo a dargli?” Sono domande scritte anche nel vangelo a proposito di Giovanni che sarà chiamato il Battista e a proposito di Gesù. Maria e Giuseppe le hanno sicuramente pensate e custodite nel cuore.
Noi oggi vediamo Maria e Giuseppe come due genitori che sanno, grazie alla tradizione e agli insegnamenti trasmessi in famiglia, che raggiunti i quaranta giorni di vita, il bambino fragile e a rischio di morire per le malattie, lo si poteva considerare fuori pericolo. Allora la legge chiedeva di presentarlo al Tempio per ricordare sempre che la vita è un dono di Dio, il Dio dei padri. Maria e Giuseppe vanno per compiere un rito semplice, senza sapere che sarebbe successo qualcosa di nuovo e di inaspettato.
Ecco cosa è successo:“A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Israele, e lo Spirito Santo era su di lui”. Chi era questo Simeone? Qualcuno poi lo ha chiamato profeta ma non era un profeta. Era un uomo come tanti, come ce ne sono ancora oggi e in mezzo a noi. Un uomo buono e umile, onesto e semplice, che in mezzo a tante avversità del tempo, (pensiamo ai regni che si avvicendavano, alle dominazioni straniere e alle guerre sempre in atto) ha saputo abbandonarsi a Dio e a sperare solo in lui. Avrà detto tante volte: “Vieni o Signore!” “Salvaci o Dio!” “Dio, tu vedi la nostra sofferenza e le sofferenze del tuo popolo!”. La sua vita era guidata dallo Spirito Santo.
Eppure, doveva ancora venire il tempo in cui Gesù avrebbe parlato dello Spirito Santo e l’avrebbe donato a tutti con la sua morte e risurrezione! Ma Simeone si è lasciato guidare da Lui, lo Spirito Santo!“Mentre i genitori portavano il bambino Gesù, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio”. Simeone non era per nulla autorizzato a prendere in braccio il bambino, non era profeta ma neanche sacerdote del tempio. Ha fatto questo solo perché era guidato dallo Spirito Santo e ha visto in questo piccolo bambino la risposta alle attese di tante persone come lui che “aspettavano la consolazione d’Israele”, aspettavano la salvezza che Dio solo può concedere. Aspettavano la vera pace! Proprio come noi oggi!Aspettiamo la pace ma vediamo che non ci è concessa e sembra che Dio non ascolti le nostre preghiere! Simeone non avrebbe detto questo. La pace e la consolazione Dio ce la concede sicuramente ma al momento che lui solo sa e nel modo che lui solo conosce.
Dobbiamo imitare l’uomo Simeone che ha preso in braccio il bambino: prima di tutto ha aspettato tanti anni e poi riconosce la salvezza di Dio nel bambino che sta tenendo in braccio. Anche ai tempi di Simeone di guerre ce n’erano tante e anche di ingiustizie. Ma lui non ha sperato nella cessazione delle guerre perché tutti fossero un po’ più tranquilli. Certamente, il bambino che lui teneva in braccio è colui che anche noi invochiamo come Salvatore. È Gesù l’unico e vero Salvatore. Ma Lui è salvatore sia nella sua fragilità di bambino che nella sua debolezza e impotenza sulla croce. La potenza di Dio si manifesta con tutto il suo splendore della debolezza. Dunque, lasciamo fare a Lui e continuiamo come Simeone a sperare sempre e solo in Lui, il Padre che ci ha mandato Gesù.
Don Benvenuto Riva
Parroco di Ballabio e Morterone
Scarica il foglietto degli avvisi — 4GENNAIO 2026.4
