DON BENVENUTO COMMENTA LE LETTURE: PRIMA DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE

Gesù, risorto da morte, è apparso prima ad alcune donne. Gesù disse loro: “Non abbiate paura; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno”. Gesù li chiama amabilmente fratelli. Si tratta dei suoi apostoli, che erano dodici. Nel brano del Vangelo di oggi si dice che sono undici perché il dodicesimo era Giuda, che aveva consegnato Gesù al tribunale del Sinedrio, ma poi si era tolto la vita. Dunque il gruppo dei discepoli più vicini a Gesù si è ridotto di numero, i discepoli si sono dispersi mentre Gesù veniva giudicato e condannato a morte. Ma quello che più conta è che sono disorientati perché sentono che tutto è finito e forse sono anche travolti dal senso di colpa per avere abbandonato il Maestro nel momento più difficile della sua vita.

Gesù invece li vuole incontrare di nuovo, rinnova la sua amicizia con loro, li comprende e li perdona. Vedendolo di nuovo vivo e con loro e constatando così la sua potenza e la sua divinità si mettono in ginocchio davanti a Lui. Però si dice anche che dubitavano. Si saranno chiesti: “Ma come è possibile? Ma chi è dunque questo Gesù? Ma sarà proprio Lui? Gesù è morto, è stato posto nel sepolcro, si è posta una grossa pietra all’ingresso del sepolcro. Chi è questo davanti a noi? È la sua immagine? Il suo spirito? E noi ci vediamo bene? Tutto questo è un sogno o una allucinazione?”. Ecco i dubbi dei discepoli.

Ma è proprio a questi uomini che Gesù si rivolge e li porta su un altro piano: un altro modo di vedere se stessi, la loro amicizia, la presenza di Dio, il mondo intero. Sono pochi, impauriti, dubbiosi e scoraggiati. Sono anche molto diversi gli uni dagli altri e spesso sono stati litigiosi e invidiosi tra loro. Il carattere di ciascuno e la loro estrazione sociale sono molto diverse. Proprio a loro e proprio in un momento di massima debolezza Gesù rivolge parole davvero straordinarie e universali. Sono tre messaggi che non conoscono alcun limite.

Ecco il primo: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Sì, proprio a Lui che tre giorni prima era stato condannato a morte di croce come fosse un bestemmiatore e un ribelle. Lui che ha toccato il fondo del dolore, dell’abbandono e della morte. Ebbene: tutto il potere è nelle sue mani. Il Padre glielo ha dato nel suo infinito amore per lui e per noi. Un potere assoluto e amorevole davanti al quale ogni potere sulla terra impallidisce.

Ecco il secondo messaggio: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”. È un messaggio universale perché li manda in tutto il mondo, li manda a tutti i popoli perché rinascano a una vita nuova animata dallo Spirito Santo. Tutti sono chiamati a vivere in modo conforme all’insegnamento che Gesù ha dato a loro quando predicava. È la vita dei figli di Dio e della fratellanza universale. Qualcuno chiama tutto questo “il mandato missionario” che riguarda tutti noi che siamo i moderni discepoli di Gesù.

Ed infine il terzo messaggio che è una promessa, e anche questa ha un carattere illimitato, come i primi due: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. È il modo in cui Gesù vince la debolezza, la paura, la povertà dei suoi discepoli di allora, quegli Undici apostoli, e dei suoi discepoli di oggi che siamo noi. Il compito che ci viene affidato, cioè il compito di insegnare a tutti a vivere secondo il Vangelo di Gesù, ci appare una grande responsabilità e ci sembra inarrivabile e difficile per tanti motivi. Ma le altre parole ci incoraggiano molto: chi ci manda non è uno qualunque ma è il Potente, il più potente di tutti, sa quello che fa e se si fida di noi ha le sue buone ragioni. Soprattutto però ci promette di non abbandonarci mai e di essere sempre con noi a guidarci.

Don Benvenuto Riva
Parroco di Ballabio e Morterone

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